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AFT un acronimo coraggioso

Una famiglia con cui creare un’opera d’arte

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AFT.Trento-foto Giò Palazzo

Aft è un acronimo che sta per Associazione famiglie tossicodipendenti ed è parte fondante di Aft/Ced Odv, un ente accreditato sui servizi socioassistenziali con il Servizio politiche sociali e abilitative della Provincia autonoma di Trento e che offre un aiuto attivo alle persone con dipendenza e alle loro famiglie. Abbiamo incontrato Paola Maria Meina e Antonello Panetta, responsabili dell’associazione (www. aftonlus.org), per conoscere meglio le varie attività svolte.

Come nasce Aft?

Aft nasce 41 anni fa quando un odontotecnico decide di mettere un appello sul quotidiano l’Adige in cui invitava altri famigliari che avessero il problema della tossicodipendenza in casa, ad incontrarsi per aiutarsi vicendevolmente. A quel tempo non esisteva molto a livello istituzionale di questo tipo, così 150 famiglie risposero a questo appello e nacque l’Aft con atto notarile.

Su che principi si basa l’erogazione dei servizi di Aft?

I servizi si basano su molti principi che sono sintetizzati nella nostra carta dei servizi:

  • uguaglianza: al centro dell’aiuto si posiziona la persona, senza distinzione di razza, etnia, sesso, lingua, religione e opinioni politiche;
  • imparzialità: tutti i partner istituzionali e privati sono trattati appunto con imparzialità visto che l’obiettivo comune è quello di portare benessere alla persona portatrice di fragilità;
  • continuità: il centro diurno e il Punto Donna sono realtà aperte tutta la giornata lavorativa nei giorni feriali e l’alloggio di pronta accoglienza è a disposizione anche nel fine settimana;
  • scelta: la nostra attività di servizio è a disposizione sempre nei giorni feriali, mentre nei giorni festivi si fa riferimento all’aiuto e al supporto dei volontari;
  • partecipazione: si offrono spazi di ascolto adeguati e gestione dei reclami osservando in maniera rigorosa la normativa sulla privacy;
  • efficacia ed efficienza: per una costante attività di aggiornamento sia degli operatori che dei volontari.

Qual è quindi la mission della vostra organizzazione?

Ponendo sempre al centro la persona ci proponiamo soprattutto di prevenire e contrastare tutti i tipi di dipendenze, di garantire assistenza e sostegno all’utente affetto da dipendenze patologiche e alla sua famiglia, con il fine massimo di un reinserimento all’interno della società. Infine, l’obiettivo forse più arduo è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica su questi temi anche passando per un rinnovamento legislativo sul tema delle dipendenze.

Ci potete descrivere qual è la vostra attività nella pratica quotidiana?

Nella nostra attività quotidiana siamo sempre guidati dalla necessità di essere efficaci nel rispondere ai bisogni senza dimenticare professionalità, scientificità e umanità, dato che le persone accolte molto spesso vengono direttamente dalla strada. Quando una persona si rivolge a noi deve sentirsi primariamente accolta, ascoltata in maniera attiva e infine accudita con cibo, abiti puliti, possibilità di lavarsi (il centro diurno e il Punto Donna sono a disposizione proprio per questo).

Si potrebbe quindi dire che fate un’accoglienza di genere?

Si, perché rispondiamo ad personam alle esigenze del singolo, accogliendo non solo le donne in maniera più specifica visto che molto spesso sono anche vittime di violenze, ma anche le coppie o le situazioni in cui esiste anche un animale domestico; cerchiamo di salvaguardare il passato e il vissuto di queste persone cercando di costruire insieme il loro futuro libero da dipendenze.

La vostra attività si basa su importanti valori etici, quali sono?

Un valore molto importante si riassume nella frase “siamo una famiglia”, dove la famiglia non è necessario sia il nucleo biologico della persona assistita, ma un luogo dove la persona può tornare sempre, dove si accresce la propria autostima, dove si possono coltivare valori e sentimenti.

All’interno della famiglia sono sempre presenti principi come quello di fiducia e non di controllo, di accoglienza e di scelta positiva di guarigione e di salute.

Sentirsi parte di una famiglia permette di indebolire prima e far superare successivamente tutti i sintomi della dipendenza come la paura, il silenzio e la manipolazione della verità.

Ci potete spiegare cosa significa ‘non si espelle, non si punisce’?

Partiamo dal presupposto che l’Organizzazione mondiale della sanità definisce la tossicodipendenza come una malattia, che può avere un andamento cronico recidivante e che spinge l’individuo ad assumere sostanze a dosi crescenti per avere degli effetti benefici soggettivi.

Questo significa che la dipendenza patologica da sostanze è una malattia, anche se possiede un grande impatto sociale. Il paziente, quindi, va curato non punito e va contestualizzato in un progetto di integrazione sociosanitaria.

Intendiamo la guarigione come una creazione di un’opera d’arte. Il percorso da fare è considerato un processo in progressione che è simile a quello dell’artista che deve realizzare un’opera d’arte: il soggetto fragile è l’artista, l’associazione e gli operatori che vi operano sono chi procura, evidenzia offre i materiali e lo spazio per realizzare l’opera.

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