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A proposito di api

Un mondo da conoscere con la Fondazione Mach

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La fondazione Edmund Mach (fmach.it) – nuova denominazione del vecchio istituto agrario di San Michele all’Adige – è una realtà trentina che si distingue per l’eccellenza e la particolarità dei suoi studi scientifici.

Abbiamo incontrato Paolo Fontana noto entomologo (studioso degli insetti), che è stato chiamato nel 2009 dalla Fondazione per creare un piccolo gruppo di esperti che si occupassero di api e apicoltura, materia che ha una tradizione molto importante in Trentino e di cui la fondazione Mach si è sempre occupata.

Dottor Fontana, che tradizione apistica porta con sé la fondazione Mach?

Molto radicata, infatti già alla fine del 1800 Francesco Gerloni, noto entomologo trentino, fu docente di api e bachicoltura presso la scuola agraria di San Michele, e per molto tempo, sotto la guida di Abramo Andreatta, sono stati organizzati importanti corsi residenziali, diventati di riferimento per tutti gli apicoltori nazionali. Inoltre, negli anni la fondazione Mach ha portato avanti numerosi studi sia sull’importanza che sulle problematiche legate all’impollinazione.

Quando è stato fondato il suo gruppo di lavoro e di cosa si occupa?

Il mio gruppo, fondato nel 2009, è composto da tre tecnologi, un operaio stagionale ed eventuali tesisti o specializzandi e ha regolamentato tutte le numerose attività della Fondazione che riguardano soprattutto l’ape da miele anche se il nostro interesse è rivolto pure ad altri apoidei come bombi o api vignaiuole.

Il nostro lavoro si incentra sul ruolo ecologico dell’ape da miele, ma anche su problematiche ambientali legate alla tutela genetica dell’ape mellifera.

Infatti, in questi dodici anni il nostro piccolo gruppo ha portato a termine alcune operazioni importanti, come per esempio rilevare l’importanza di una realizzazione sensoristica elettronica per produrre arnie informatizzate, progetto poi realizzato nella pratica grazie alla collaborazione con tecnici. Questo progetto ha permesso di migliorare sotto vari aspetti l’apicoltura.

In secondo luogo, siamo stati i primi a monitorare il parassita Varroa destructor, un acaro che dagli anni ’80 infesta le arnie. Questo parassita provoca malformazioni, alterazioni del comportamento e riduzione dell’aspettativa di vita delle api.

Il nostro gruppo ha messo a punto un metodo per capire quanto è infestata una colonia. Questa metodologia è basilare per attuare una tecnica di controllo sull’acaro e per capire se le metodiche di prevenzione risultano essere efficaci.

Cos’è la Carta di San Michele?

Un altro aspetto curato dal mio gruppo è di essere stati promotori della Carta di San Michele all’Adige per la tutela della biodiversità di sottospecie di Apis mellifera Linnaeus. Questo importante documento ha una valenza sia nazionale che internazionale coinvolgendo nella stesura più di trenta studiosi.

Si parte dal presupposto che l’ape non è un animale domestico. L’ape mellifica è quella che da millenni viene impiegata dall’uomo per l’apicoltura e che ha avuto nel tempo una diffusione straordinaria, senza però che questo insetto sia mai stato domesticato, ovvero l’uomo non è stato mai capace di controllarne l’alimentazione e la riproduzione.

Questo insetto si è suddiviso nel tempo in sottospecie che possono incrociarsi tra di loro e svolge un ruolo insostituibile per la conservazione della biodiversità e il mantenimento degli equilibri naturali; superfluo forse sottolineare il suo insostituibile ruolo sul benessere delle produzioni agricole.

Negli ultimi decenni i progressi tecnologici generali e interni al mondo dell’apicoltura hanno involontariamente causato un impoverimento genetico delle popolazioni di apoidei autoctone creando linee meno resilienti alle problematiche ambientali come l’infestazione da acaro e riversando i numerosi effetti negativi sugli equilibri ecologici e sul sistema di produzione degli alimenti.

Visto il ruolo fondamentale dell’ape nell’impollinazione e nel mantenimento degli equilibri naturali, diventa imprescindibile l’importanza di tutelarne la genetica, come componente della fauna selvatica.

Quali sono i fattori chiave che tutelano la conservazione della specie?

La conservazione delle sottospecie autoctone è compromessa da molti fattori primo fra tutti la movimentazione da parte di apicoltori di sottospecie da una regione all’altra dell’europa, unita alle tecniche di allevamento delle api regine partendo dalle larvette di una sola genitrice che induce senza dubbio una perdita di diversità genetica.

Importantissima è anche la presenza del parassita Varroa destructor, l’acaro di cui ho parlato prima.

In primo piano, un miscuglio di piante nettarifere a Vigalzano.

Come si può monitorare la presenza di colonie di api sul territorio?

Nel corso del nostro lavoro è stata messa a punto Bee wild, una app per cellulari, per migliorare la conta delle colonie selvatiche da parte di tutta la popolazione: infatti, grazie a questo strumento, molte sono state le segnalazioni spontanee circa la presenza di colonie, corredate da foto e da mappe. In questo modo le segnalazioni possono essere monitorate di anno in anno per valutarne la situazione così da avere una percezioni migliore della situazione.

Il suo gruppo di lavoro collabora anche esternamente alla Fondazione?

Fin da subito il nostro lavoro è finalizzato al miglioramento sul territorio: infatti emaniamo bollettini per gli apicoltori, collaboriamo con i veterinari e se necessario diamo supporto e consulenza alla Provincia.

Infine, siamo sostenitori di progetti pilota per la produzione di preparati cosmetici e alimentari a base di prodotti apistici.

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