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I 40 anni dell’HIV

Risultati promettenti dal mondo della ricerca ferrarese

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Sono passati 40 anni da quando, nel 1981, vennero segnalati negli Stati Uniti i primi casi di un’infezione che presentava un quadro clinico mai visto prima. Nei due anni successivi, all’istituito Pasteur di Parigi una giovanissima ricercatrice (Françoise Barré-Sinoussi, 35 anni all’epoca), che lavorava nel gruppo di ricerca di Luc Montagnier, scoprì l’origine della malattia: il virus dell’immunodeficienza umana, abbreviato in HIV (anche se all’epoca gli venne dato un nome diverso). Dall’altra parte dell’oceano, negli Stati Uniti, Robert Gallo fece la stessa scoperta.

Da quel lontano 1981, passi in avanti ne sono stati fatti, e diversi farmaci (chiamati antiretrovirali) sono oggi disponibili. Farmaci “salvavita” che, seppur non “estirpino” il virus dall’organismo, lo tengono controllato e silente, a patto che il paziente li assuma per tutta la vita, e che ne accetti gli effetti collaterali (per fortuna sempre più blandi nei farmaci di nuova generazione).

Si stima che, in 40 anni, siano morte circa 37 milioni di persone a causa dell’HIV e che sarebbero state molte di più senza la scoperta dei farmaci antiretrovirali.

Ad oggi ci sono 38 milioni di persone infettate (fonte: Unaids) e l’anno scorso a causa dell’AIDS sono morti circa 700.000 pazienti (nello stesso anno si sono contati circa 2 milioni di decessi causati dal COVID-19; fonte: Oms). Sono numeri spaventosi, che hanno diverse cause, fra le quali la mancanza di farmaci nei paesi meno sviluppati e la diffusione di comportamenti rischiosi (inclusa la sottovalutazione dell’infezione). Diverse organizzazioni non governative (Medici senza frontiere, Emergency…) hanno intrapreso dure battaglie per cambiare le regole commerciali e brevettuali e far arrivare i farmaci dappertutto a prezzi sostenibili anche per le economie più deboli. Tante fondazioni, nel frattempo, hanno sovvenzionato piani di acquisto per farmaci antiretrovirali a beneficio dei governi più in difficoltà. Tuttavia, si stima che ancora un terzo delle persone sieropositive non abbia accesso ai farmaci.

Consapevolezza e prevenzione

Con circa 1,5 milioni di nuovi infetti l’anno (numeri del 2020, fonte: Unaids) non possiamo parlare solo di cura, ma anche di prevenzione, ovvero essere consci della gravità della malattia ed evitare i comportamenti che possono portare a contrarla. Sappiamo infatti che, ancora oggi, lo scambio di siringhe è uno dei modi più frequenti per diffondere il contagio, anche se la modalità preponderante per la trasmissione dell’infezione è da attribuirsi a  rapporti sessuali non protetti. Proprio per questo, è responsabilità di tutti creare consapevolezza nei ragazzi.

Centinaia di studi hanno ormai assodato come una vita sessuale che preveda un frequente cambio di partner e il non utilizzo dei preservativi sia il principale veicolo per l’infezione.

L’educazione dei ragazzi deve pertanto essere integrale, comprendendo la sfera sessuale e quella affettiva.

La pandemia da COVID-19 ci ha insegnato che prevenzione significa anche “vaccini”. Purtroppo, la ricerca ha fatto molti tentativi per sviluppare un vaccino contro HIV, ma ad oggi i risultati non sono ancora soddisfacenti. Questi insuccessi dipendono essenzialmente dal fatto che HIV è un virus molto diverso dal SARS-CoV-2 per il quale, invece, numerosi vaccini sono stati sviluppati rapidamente. Infatti, HIV ha un “ciclo replicativo” che differisce notevolmente da quello del virus cha causa il COVID-19: non solo viene trasmesso in modo diverso ma infetta e si replica all’interno delle cellule in modo molto differente. Inoltre, rispetto a SARS-CoV-2, HIV muta molto più rapidamente il proprio genoma, soprattutto nelle proteine che sono il bersaglio delle risposte immuni, favorendo così l’evasione dal controllo immunitario. Se oggi siamo (giustamente) preoccupati delle varianti del SARS-CoV-2, dobbiamo pensare che HIV è in grado di creare varianti in maniera estremamente più veloce. Addirittura, all’interno della stessa persona possiamo trovare “tanti HIV diversi” che si sono formati da un’unica particella virale originale. La presenza, nel mondo, di HIV eterogeni rende molto difficile creare un vaccino in grado di bloccarli tutti.

Infine, HIV infetta principalmente i linfociti T (ma non solo), che sono cellule del sistema immunitario essenziali per le nostre difese, danneggiandoli e distruggendo lentamente quel sistema immunitario che dovrebbe difenderci da infezioni e tumori e che un vaccino dovrebbe potenziare per proteggerci.

Nuovi studi e progetti: il contributo della ricerca ferrarese

Nonostante questo scenario, i risultati promettenti non mancano, ma la strada potrebbe essere ancora lunga, fatta di nuovi tentativi e di fallimenti da cui imparare per correggere la rotta.

L’Italia, grazie alle ricerche del gruppo della dottoressa Barbara Ensoli dell’Istituto Superiore di Sanità alle quali contribuiscono anche ricercatori dell’Azienda Ospedaliera e dell’Università di Ferrara, ha dato un grosso contributo a questa ricerca, sviluppando il cosiddetto “vaccino italiano” basato su una piccola proteina virale chiamata Tat. Il vaccino ha dato ottimi risultati come “vaccino terapeutico”. È stato dimostrato che la vaccinazione con il vaccino Tat somministrata a pazienti già infettati da HIV e in terapia antiretrovirale sta favorendo la progressiva eliminazione del virus nascosto nell’organismo e alimentando la speranza di poterlo eradicare del tutto. Lo stesso vaccino è anche alla base di una versione “preventiva” ovvero da somministrare prima dell’infezione al fine di prevenirla. Purtroppo, la scarsità di finanziamenti specifici sulla ricerca contro l’HIV/AIDS riscontrata negli ultimi anni, ha rallentato molto questi studi che, si spera, possano riprendere ed essere portati a temine in un futuro non lontano. La volontà di continuare a ricercare fonti di finanziamento per questi studi e di lavorare per arrivare al traguardo non manca, sospinta dall’entusiasmo per i benefici che queste scoperte potranno portare.

In assenza di un vaccino, è molto importante continuare a monitorare la situazione dei pazienti. A questo riguardo, la professoressa Antonella Caputo dell’Università di Ferrara ha coordinato uno studio (METHIV, finanziato dalla fondazione Gilead), in collaborazione con le dottoresse Laura Sighinolfi e Daniela Segala del Dipartimento di Malattie Infettive dell’Azienda Ospedaliera-Universitaria di Ferrara, con lo scopo di comprendere se la terapia antiretrovirale, oltre ad abbassare il carico virale, possa ripristinare la funzionalità del sistema immunitario degli individui sieropositivi. I dati fino ad ora raccolti grazie allo sforzo di diversi giovani ricercatori (dottori e dottoresse Francesco Nicoli, Eleonora Gallerani, Marco Campagnaro, Beatrice Dallan e Davide Proietto) sono molto incoraggianti e suggeriscono che le difese immuni dei pazienti che assumono regolarmente i farmaci antiretrovirali vengono sostanzialmente normalizzate. I dettagli di queste ricerche saranno divulgati tramite pubblicazioni scientifiche e comunicazione a congressi non appena le analisi saranno concluse.

La fondazione Gilead ha recentemente finanziato al gruppo del professor Riccardo Gavioli dell’Università di Ferrara un ulteriore progetto per verificare, in collaborazione con la dottoressa Mkunde Chachage dell’Università di Dar es Salaam (Tanzania), se la terapia antiretrovirale abbia lo stesso effetto nei bambini sieropositivi.

In conclusione, l’AIDS rimane un problema sanitario globale. È stata percorsa tanta strada, e le nostre istituzioni locali hanno contribuito in diversi modi: favorendo le ricerche sul virus, gli studi sui vaccini e sui farmaci, nonché la cura quotidiana dei pazienti ferraresi.

Ognuno di noi può fare la propria parte, anche solo parlando del problema e ricordando che HIV esiste e circola tra di noi, che l’AIDS è una malattia molto attuale e che i farmaci possono solo aiutare a convivere con l’infezione ma che non debellano né il virus né la malattia. Quindi, è importante essere ben consapevoli di come prevenire questa infezione!

 

Il team di ricerca METHIV

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